LA PACE ETERNA
Trump e Netanyahu hanno trovato davvero un accordo su Gaza? E la Cisgiordania? Non pervenuta. Quando un giocatore d’azzardo e un baro si stringono la mano, le cose raramente sono come sembrano
È un Trump solenne quello che ieri pomeriggio ha fatto il suo ingresso nella sala conferenze della Casa Bianca. “È una delle grandi giornate mai iscritte nella storia e nella civiltà”, ha esordito. “Come minimo, siamo molto vicini alla pace in Medio Oriente”. Al suo fianco, Benjamin Netanyahu annuiva nervosamente: ha accettato, sì, ma sulla sicurezza e la governance futura della Striscia resta evasivo.
Al di là delle roboanti dichiarazioni, non bisogna dimenticare chi sono gli attori sul palcoscenico: Trump ha costruito la sua fortuna sui casinò di Atlantic City, e vive sulla logica del tavolo verde, vendendo l’illusione della grande vincita. Netanyahu, invece, ha fatto carriera barando. Uno punta tutto sul colpo di scena, l’altro vive di inganni e rinvii.
Fra iperboli e requiem di pace
Trump l’ha definita “La pace eterna nel Medio Oriente. La pace perpetua”, che suona quasi come un requiem, aggiungendo che “è molto di più di quanto chiunque si aspettasse”. Fra iperboli che hanno trasformato il conflitto israelo-palestinese in una saga di sangue e guerre antica come il mondo — “abbiamo tolto un nodo che dura da migliaia di anni” — e garanzie offerte per porre termine a “quest’opera di distruzione della minaccia che rappresenta Hamas”, Trump ha sottolineato che molti paesi hanno contribuito al suo sviluppo e delineato alcuni degli impegni principali.
“In base al piano, i paesi arabi e musulmani si sono impegnati, e per iscritto, in molti casi a smilitarizzare Gaza, e rapidamente. A smantellare tutte le capacità militari di Hamas e di tutte le altre organizzazioni terroristiche”, ha detto, aggiungendo: “ho sentito dire che anche Hamas vuole farlo. È una buona cosa”. Sul profilo X della Casa Bianca veniva annunciato: “Gli Stati Uniti stabiliranno un dialogo tra Israele e i palestinesi per concordare un orizzonte politico per una coesistenza PACIFICA e prospera”.
Un pacchetto in 22 punti con tanti omissis e zone d’ombra
La ‘Pace eterna’ di Trump — un pacchetto in 22 punti — promette di garantire il rilascio immediato degli ostaggi israeliani e di “smilitarizzare Gaza rapidamente”. La governance futura della Striscia sarebbe affidata a una leadership “tecnocratica palestinese”, scelta non dal popolo ma da un nuovo organismo internazionale: il Consiglio per la Pace, presieduto da Trump stesso e arricchito da leader “eminenti”.
Fra questi, spunta il nome di Tony Blair, che dovrebbe occupare la casella della gestione “transitoria” di Gaza. Non un diplomatico neutrale, bensì l’uomo che nel 2003 s’inventò la storia delle armi di sterminio di massa in Iraq, fornendo a George W. Bush la copertura politica e morale per un’invasione illegale che devastò la regione e destabilizzò tutto il Medioriente. Un altro criminale di guerra a cui dovrebbe spettare il banco degli imputati, non certo un governo coloniale d’emergenza.
Palestinesi e osservatori internazionali concordano: Gaza non ha bisogno di tutori stranieri. Blair non è una soluzione: è il problema che ritorna, l’ultima reincarnazione di una lunga catena di ipocrisie e crimini britannici iniziata nel 1916 con Sykes-Picot e proseguita con la Dichiarazione Balfour del 1917, con la quale gli inglesi promisero una “casa nazionale ebraica” in una terra che non era loro: la Palestina. Da allora, i britannici prima e gli americani poi, non hanno mai smesso di giocare sporco sulla pelle dei palestinesi, i grandi assenti di tutta questa operazione.

Tre letture critiche del piano
In questo scenario tutt’altro che chiaro e assai meno rassicurante di quel che si vuole fare apparire, arrivano tre chiavi di lettura che ci aiutano a decifrare l’annuncio di Trump. Per Gideon Levy, giornalista e analista di punta di Haaretz, la trappola è evidente: Netanyahu non può, per la sua stessa natura politica e per la pressione della destra estrema, accettare un vero cessate il fuoco. La sua priorità non è la pace, ma la sopravvivenza. Ogni mossa viene calibrata per restare al potere, e la pace — quella autentica, che significherebbe anche riconoscere uno Stato palestinese — è l’opposto della sua agenda.
L’analisi di Al Jazeera coglie invece il meccanismo di facciata. Più che un piano di pace, quello presentato alla Casa Bianca sembra un “simulacro”: Gaza commissariata, Hamas trattato per interposta persona dai paesi arabi, i palestinesi esclusi dalla scelta del proprio futuro. Una formula che serve a dare l’impressione di un grande passo diplomatico, senza intaccare lo status quo né affrontare le questioni strutturali: occupazione, coloni, diritto al ritorno.
Infine, Alon Pinkas, ex console israeliano a New York, parla senza giri di parole di “gioco di simulazione”. Non c’è nessuna vera volontà politica né a Washington né a Gerusalemme, solo l’interesse a guadagnare tempo. Israele mantiene il controllo militare, Trump si accredita come “uomo della pace” in piena campagna elettorale, e Netanyahu ottiene la sponda americana mentre continua indisturbato la sua strategia sul terreno: espansione coloniale in Cisgiordania, punizione collettiva su Gaza, repressione quotidiana dei palestinesi.
Tre ipotesi diverse, ma un punto fermo: non è la prima volta che Israele finge di trattare. Lo abbiamo visto nel marzo scorso, con la rottura del cessate il fuoco, e in ogni occasione in cui Netanyahu ha dichiarato che “non ci sarà mai una Palestina”. L’illusione che “Gaza sarà libera e la Cisgiordania restituita” stride con la cronaca più vicina. Un anno fa, il 18 settembre 2024, l’Assemblea generale dell’ONU approvava a larga maggioranza una risoluzione storica: l’ordine di sgombero di tutti i coloni israeliani dalla Cisgiordania e il risarcimento ai palestinesi entro 12 mesi.
La scadenza è passata in sordina pochi giorni fa, il 18 settembre 2025. Non solo non è stata rispettata, ma Israele ha “celebrato” la data con nuovi avamposti, nuovi furti di terra, nuovi assassini. Il filo rosso è chiarissimo: ogni volta che Israele finge di trattare, sul terreno continua a colonizzare e a uccidere. La pace è sempre promessa per domani, mentre l’annessione procede oggi.
Il banco di prova
Da ieri sera sembrano tutti contenti, ma il vero test sarà la realtà sul campo, nelle prossime settimane. La domanda di fondo resta: come comunicherà Netanyahu questa pace al suo governo di coalizione? A leggere i post pubblicati nelle ultime ore dai ministri estremisti come Smotrich o Ben Gvir, emerge che Netanyahu non ha alcun mandato per porre fine alla guerra a Gaza, e che non vogliono finisca. L’obiettivo sono le espulsioni e la pulizia etnica dei palestinesi. Netanyahu, dal canto suo, dice a ciascuno quello che vuole sentirsi dire. Non costruirà ponti. La sua priorità è la sopravvivenza. Allo stesso tempo, però, non può permettersi in nessun modo tensioni o una rottura con Donald Trump, che resta il suo ultimo e unico alleato.
Ammesso dunque che il piano parta davvero — con il rilascio degli ostaggi e la promessa di una leadership “tecnocratica” — nulla impedirebbe a Israele di riprendere la guerra dopo 72 ore. È già successo: l’ultimo cessate il fuoco è stato spezzato senza motivo e senza conseguenze, sotto gli occhi complici degli Stati Uniti. Dunque, la vera domanda non è se Netanyahu obbedirà, ma quanto Trump sarà disposto a imporglielo.
E la verità è sotto gli occhi di tutti: la pace proclamata a Washington assomiglia più a una scenografia da casinò, dove le fiches sul tavolo sono vite palestinesi, e le mosse nascondono interessi immobiliari, affari in Cisgiordania e il doppio gioco dei protagonisti. La posta in gioco resta la sopravvivenza di un intero popolo.




